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Misericordia io voglio (2)

  • 01 February 2021

Eccoci al nostro secondo appuntamento con Le opere di Misericordia.
(Se vuoi rileggere la riflessione precedente, Dar da bere agli assetati, clicca qui )

Come ci siamo già ricordati, il legame tra liturgia e vita è necessario per rendere autentico e non idolatrico il culto del Signore. La tradizione profetica lo ricorda con grande incisività: Io detesto/respingo le vostre feste solenni, e non gradisco le vostre riunioni sacre… Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne ( Am 5,21.24). Gesù afferma due volte in Matteo, citando Osea: Misericordia io voglio e non sacrifici . Ogni mese proveremo ad approfondire il legame, tra le tradizionali opere di misericordia e la celebrazione liturgica, seguendo i suggerimenti della Comunità monastica di Dumenza.

VESTIRE GLI IGNUDI

Un giorno, Martino, non avendo nulla indosso oltre alle armi e al semplice mantello da soldato, nel colmo di un inverno che si irrigidiva più aspramente del solito, al punto che moltissimi soccombevano alla violenza del gelo, gli accadde di incontrare sulla porta della città di Amiens un povero nudo. E poiché questi pregava i passanti di avere pietà di lui e tutti passavano oltre senza curarsi dello sventurato, quell'uomo ricolmo di Dio comprese che, siccome gli altri si rifiutavano a un atto di carità, quel povero rimaneva riservato a lui. Ma che fare? Non aveva null'altro che la clamide, di cui era vestito  E così, brandita la spada che aveva alla cintura, divise la clamide a metà, e ne donò al suo povero una parte; dell'altra si rivestì. La notte seguente, essendosi abbandonato al sonno, vide Cristo vestito della parte della sua clamide, con la quale aveva ricoperto il povero. E udì Gesù dire con chiara voce alla moltitudine di angeli che stavano intorno a lui: «Martino, il quale ancora non è che un catecumeno, mi ha coperto con questa veste». Davvero memore delle sue parole, il Signore, che un tempo aveva proclamato: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», dichiarò di essere stato vestito nella persona di quel povero. (S. Severo, Vita di Martino 3,1-4)

L'uomo va incontro alla vita nudo, senza difese e fragile, rivestito solo della sua carne. Così esce dal seno della madre e così è accolto tra le sue braccia. Ma il primo gesto di una madre è proprio difendere questo piccolo corpo, proteggerlo e riscaldarlo con un vestito, quasi a prolungare quel tepore amorevole che il seno materno gli comunicava. Ma è sorprendente il fatto che questo gesto di coprire la nudità di un corpo sia anche il primo atto di misericordia della storia della salvezza, quasi a indicare come la compassione per il corpo è la porta attraverso la quale passa ogni altro atto di misericordia. Ed è Dio stesso a compiere questo gesto per l'uomo. Dopo il peccato è Dio stesso a prendersi cura della nudità dell'uomo: «Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì» (Gen 3,21). Tutto il corpo dell'uomo viene ricoperto con un abito e quella nudità che era motivo di vergogna, che creava paura all'uomo, viene avvolta da un gesto di misericordia. L'uomo, pur lontano dal luogo in cui Dio lo aveva collocato, può affrontare il dramma della vita con un segno che gli conferma l'amore compassionevole di Dio, un vestito che gli ricorda che Dio, nonostante il peccato, si prenderà sempre cura di lui. Vestire chi è nudo è un atto di misericordia che spetta anzitutto a Dio, e solo da lui possiamo impararlo con quella tenerezza e delicatezza che rendono la compassione profondamente «materna».

Dall'ascolto della Parola di Dio il catecumeno Martino ha potuto imparare quella compassione che lo ha portato a dare metà del suo mantello a un povero ai margini della strada. All'indifferenza dei passanti di fronte a quell'uomo nudo si contrappone l'immediata reazione di un cuore misericordioso. Martino non si è perso in lamentele e giudizi contro l'ingiustizia sociale, ma si è posto una semplice domanda: per chi è questo povero? E la risposta: è per me. Ed è significativo il gesto attraverso cui passa la compassione: dividere, con-dividere ciò che si ha, soffrendo un po' del freddo che tormentava quell'uomo nudo e dando a lui un po' del «proprio tepore». Il gesto di Martino ci rivela un aspetto importante custodito in questo atto di misericordia. Gesù ci invita a non affannarci per il vestito o per il cibo: «La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt 6,25). C'è un solo modo per liberarsi da questa angustia che soffoca la vita: condividere quel vestito che ci copre con chi è nudo, cioè non preoccuparsi per sé ma prendersi cura degli altri, della loro nudità, della loro fragilità, avvolgendoli con la veste della misericordia.

Per la Comunità p. roberto

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