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Misericordia io voglio

  • 01 January 2021

Avanti entrate sotto il tetto che vi accoglie o voi viandanti, giunti stanchi e affaticati! Ricevete i doni della mia ospitalità: un pane desiderato, che alimenta il cuore, bevanda dolce, versata in abbondanza, e indumenti che proteggono dal freddo, che a me, Teognosto, o amici, dispensò, tra i doni suoi beatissimi, gratuitamente, il mio Signore Cristo, ricolmo di ricchezza: benedite lui, che nutre tutto l’universo, e a me in cambio offrite solo una preghiera, perché lassù, trattato come un ospite, mi sia concesso sedere in seno ad Abramo. (Teodoro studita, Epigrammi 29)

Il legame tra liturgia e vita è necessario per rendere autentico e non idolatrico il culto del Signore. La tradizione profetica lo ricorda con grande incisività: Io detesto/respingo le vostre feste solenni, e non gradisco le vostre riunioni sacre…Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne (Am 5,21.24). Gesù afferma due volte in Matteo, citando Osea: Misericordia io voglio e non sacrifici .

Ogni mese proveremo ad approfondire il legame, tra le tradizionali opere di misericordia e la celebrazione liturgica, seguendo i suggerimenti della Comunità monastica di Dumenza.

Dar da bere agli assetati .  Chi, dopo un lungo e faticoso viaggio o dopo una giornata particolarmente pesante, non proverebbe una profonda riconoscenza per la semplicità di un’accoglienza, forse inaspettata, che sa condividere un pane desiderato che alimenta il cuore e una bevanda fresca versata in abbondanza! Nelle rotte dei pellegrini e dei poveri che anticamente solcavano le nostre strade, erano disseminati ovunque questi luoghi di grazia in cui si poteva sperimentare la gratuità di una condivisione che passa attraverso gesti carichi di umanità, gesti quotidiani che hanno il volto stesso della misericordia di Dio. Forse questa gioia gratuita e inattesa, non sappiamo più che cosa sia. Non ci sentiamo più poveri o pellegrini. Certo, facciamo viaggi lunghi dai quali arriviamo stanchi e assetati. Tuttavia ogni tappa è già programmata: abbiamo già fissato l’albergo o il luogo in cui essere ospitati e ricevere quel “bicchiere d’acqua”, quel “pane desiderato” che non ha più il sapore del dono: è dovuto perché è già pagato. E anche dopo una giornata di lavoro, per di più appesantita dal caldo, sappiamo di poter trovare a casa, tutto quello che ci serve, con un minimo sforzo. Non è così per chi vive in quelle innumerevoli zone del pianeta in cui l’acqua scarseggia o addirittura manca, dove non c’è energia elettrica… qui si comprende il senso di quella vita custodita in un bicchiere d’acqua, il senso del dono che può davvero far riprendere la gioia di vivere. In una terra minacciata dalla siccità, una pioggia improvvisa è una festa. Certo noi, singolarmente, non possiamo risolvere il problema della carenza di acqua che minaccia la vita di tanti uomini e donne, soprattutto di tanti bambini. E forse a noi, che viviamo in una società dei consumi, sia pur duramente messa alla prova dalla pandemia, non sembra che venga data l’occasione, nel nostro quotidiano, ”di dar da bere agli assetati”. È un’opera di misericordia che non ci riguarda? Anche a noi è chiesto il gesto evangelico di dare un bicchiere d’acqua perché ci sono oggi tante forme di sete, tante aridità che minacciano la vita dell’umanità, che la rendono un deserto. Ed è misericordia donare una parola di consolazione o di speranza a chi sta camminando, nella sua vita, come in un deserto, a chi sta cercando una fonte a cui abbeverarsi. Una parola che dà la forza di riprendere il cammino, è come un bicchiere di acqua fresca ricevuto gratuitamente dopo un faticoso viaggio. E di fronte a quel diritto all’acqua che popolazioni intere vedono loro negato, possiamo dare anche noi un piccolo segno di condivisione: quello di riscoprire questo bene come un dono e non come qualcosa di posseduto e reso banale dal nostro modo di usarlo.

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