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Il giardino nel racconto di Giovanni

  • 01 aprile 2017

Il racconto della passione, in Giovanni, è incorniciato dall'immagine del giardino. Gesù viene arrestato in un giardino e sempre in un giardino verrà sepolto (cf. Gv 18,1; 19.41). Ed è in questo giardino che Maria di Magdala lo va a cercare. Il "giardino" di domenica 16 aprile - Pasqua di Risurrezione - immagine simbolica che evoca molte pagine bibliche. Certamente ci conduce nel giardino del Cantico dei cantici, dove la donna trova il suo amato. Maria è la sposa che incontra lo sposo nel giardino della risurrezione. La Maddalena, come molte figure femminili del quarto vangelo, è figura sponsale, immagine simbolica di un'umanità che desidera incontrare lo sposo amato per dare compimento al proprio desiderio. Nel Salmo 117 cantiamo: «Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore e per sempre. [ ... ] Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore» (vv. 1.17).

Quella del Signore è l'opera di un amore fedele, duraturo, che rimane per sempre, persino nei tempi della nostra infedeltà e del nostro rifiuto, oppure in quelli del nostro dolore, della nostra sofferenza o incredulità. Spesso, nella nostra vita, sperimentiamo quello che, nel mattino di Pasqua, vive Maria, la quale parla non al singolare ma al plurale, perché lo fa a nome di tutti noi: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!» (Gv 20,2). Non sappiamo! Capita anche a noi di non sapere più dove sia finito il fondamento del nostro amore, il senso della nostra vita. C'è qualcosa di essenziale per la nostra esistenza che ci viene portato via, o che noi stessi smarriamo, oppure ci sembra sepolto nel passato, sotto un macigno impossibile da rimuovere. Il Risorto è lo sposo che, dentro queste esperienze di morte, restituisce la speranza, perché ci viene a promettere che tutto ciò che di vero e di bello abbiamo vissuto, e che ora ci sembra perduto, è invece custodito dalle sue mani e ci verrà restituito, purificato da ogni ombra, pacificato da ogni turbamento, in tutto lo splendore della sua luce.

Lo sposo è anche l'unico Signore della nostra vita. «Egli è il giudice dei vivi e dei morti [ ... ] chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,42-43). Per quanto possa essere assoluto o arbitrario, il potere degli uomini conosce comunque il limite della morte: può decidere la morte degli altri, come fa nei confronti di Gesù, ma non può nulla per sottrarre se stesso alla morte; invece il Risorto esercita la sua signoria anche sulla morte: non per condannare, ma per perdonare. C'è un nesso molto stretto tra il perdono e il potere sulla morte. Perdonare significa accordare una nuova vita; non consentire al male, al peccato, alla morte di avere l'ultima parola. L'ultima parola appartiene alla vita. Pietro lo afferma: l'ultima parola nella vicenda di Gesù non l'hanno detta coloro che lo hanno condannato al silenzio della morte; l'ultima parola è del Padre, che lo ha risuscitato. E la parola con cui il Padre risuscita il Figlio è la stessa parola con cui perdona il peccato con il quale noi lo abbiamo crocifisso. Dio, con lo stesso gesto, rende giustizia al Figlio ed esercita la sua misericordia verso noi peccatori.

Per Dio non c'è nessuna separazione tra la giustizia, con cui onora e riscatta le vittime, e la misericordia, con cui salva i carnefici e li libera dal loro stesso male. La signoria di Gesù ci libera, non consentendo che il male sia l'ultima parola sulla nostra vita, tanto che si tratti del male che compiamo, quanto del male che subiamo.

«La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3.3). Non sempre ne comprendiamo il senso, che rimane nascosto ai nostri occhi. Ma non è nascosto da una qualche parte, è nascosto in Dio, è da lui custodito. Cercando le cose di lassù troviamo ciò che dà senso alle cose di quaggiù.

Buona Pasqua di Risurrezione
La Comunità di Santa Maria al Carrobiolo

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