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Andiamo incontro al Signore che viene

  • 01 dicembre 2018

Iniziamo questo anno liturgico accogliendo l’esortazione del Signore e aprendoci, ancora una volta, al dinamismo della promessa. Questa promessa non delude nella misura in cui accettiamo di rischiare di attraversare il tempo come luogo in cui assaporiamo già l’eternità in una vita donata e condivisa. L’esortazione suona quasi perentoria: « Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo ›› (Lc 21,36). Possiamo temere questa parola del Signore come si temerebbe davanti a un " mandato di comparizione" , oppure essere consolati all’idea che ciò verso cui tende l’intera nostra umana avventura è il compimento di una relazione .
Le parole del Profeta Geremia ci aiutano a passare dal timore alla meraviglia: « In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia » (Gr33,16). Entrando in un nuovo Avvento possiamo prendere coscienza che l’unica cosa cui dobbiamo cercare di "sfuggire" non è altro che il sottile e invasivo senso di "maledizione". Questo senso di colpa e di inadeguatezza nasce dalla perdita di quella fiducia originale che permette di sperare sempre e comunque, anche nelle situazioni più difficili.
Al cuore del nostro cammino di discepolanza vi è una sfida che si rinnova ogni giorno e che si fa ancora più sensibile nei momenti di passaggio, come quello della fine e dell'inizio di un anno liturgico: la limpidezza dell’ispirazione.
Quel « fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello » (Ap 22,1) - come abbiamo sentito nelle letture feriali della scorsa settimana - ci fa pensare a tutto ciò che attraverso l’ascolto della parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti abbiamo ricevuto durante l’anno che ci ha condotti fin qui, perché sia realmente mistagogico. Il tempo vissuto diventa così il luogo in cui siamo chiamati a compiere la nostra fedeltà alla vita. Infatti, il tempo attraversato non è qualcosa che ci lasciamo alle spalle! Esso ci precede e si trasforma in una fonte di ispirazione per ciò che siamo chiamati ancora ad accogliere con stupore e con passione. Il nostro Dio « ispira i profeti » e manda « il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere » (Ap 22,6).
Non si tratta certo di leggere il futuro con atteggiamento da negromanti, ma di renderlo possibile attraverso una chiara percezione di essere parte di una storia di salvezza. Questa storia si compie attraverso l’accoglienza di ogni frammento di vita collocato nella visione sempre più ampia e profonda della nostra esistenza.
Per fare questo il Signore Gesù ci chiede di pregare e di vegliare, in una parola di essere uomini e donne dell’attenzione. In tal modo si potrà creare quella sana tensione vitale che rende capace di continuare a desiderare, a sperare e ad amare in ogni contesto. In tal modo potremo evitare che la vita, con le sue vicissitudini e i suoi imprevisti, si trasformi in un « laccio » (Lc 21,35) ma, al contrario, ci proietti come fa l’arco con la freccia.
Per questo si rende necessario imparare a dosare la tensione della corda con la disponibilità a lasciarsi andare verso il bersaglio: « comparire » (21,36)! Siamo tutti chiamati a imparare l’arte dell’arciere, per non mancare il bersaglio di una vita felice perché serenamente compiuta e non semplicemente sfuggita o, terribilmente, mancata. Ciò che dobbiamo "sfuggire" è la duplice tentazione di rimanere troppo tesi o perennemente allentati. Alla fine di questo percorso di ascolto e di contemplazione, siamo restituiti al presente di una vita appassionata ma non dissipata.

Signore Gesù, ti ringraziamo per le ispirazioni che la tua parola ci ha donato in questo anno di ascolto e di meraviglia. Non lasciare che il nostro cuore si lasci appesantire né dalla nostalgia né dalle vuote illusioni: scalda il nostro cuore affinché ogni momento possa essere un tempo vissuto perché interamente donato.
A cura di padre roberto

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