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Senza lasciare traccia

Regia: Debra Granik
Soggetto: dal libro My Abondonment di Peter Rock
Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rossellini
Fotografia: Michael McDonough
Musiche: Dickon Hinchliffe
Montaggio: Jane Rizzo

Interpreti:
Ben Foster (Will), Thomasin McMenzie (Tom), Jedd Kober (Mr. Walters), Dale Dickie (Dale), Dana Millican (Jean Bauer), Alyssa Lynn (Valerie)

Durata: 109'
Origine: USA, 2018

Una ragazza adolescente e suo padre hanno vissuto di nascosto per anni in Forest Park, un grande bosco situato alle porte di Portland, in Oregon. Un incontro casuale li poterà allo scoperto, ed entrambi saranno costretti a lasciare il parco per essere affidati agli agenti dei servizi sociali. Proveranno ad adattarsi alla nuova situazione, fino a che una decisione improvvisa li porterà ad affrontare un pericoloso viaggio in mezzo alla natura più selvaggia, alla ricerca dell’indipendenza assoluta, costringendoli a confrontarsi con il loro conflittuale desiderio di essere parte di una comunità e allo stesso tempo il forte bisogno di starne fuori.
La vita di Will, giovane padre vedovo e reduce di guerra, esperto in tecniche di sopravvivenza, e di sua figlia Tom, sembra un campeggio scout, intervallato da esercitazioni e da qualche necessaria discesa in città, per procacciarsi scorte di farmaci, cibo e attrezzi. Will e Tom vivono così, lontani dal mondo e dall’umanità, dal brulicare della metropoli, dall’obbligo delle relazioni, delle formalità, dei moduli precompilati: è una vita dura, ma è la loro. Il mondo fuori – che non può tollerare defezioni dal modello urbano, del consumo e della compravendita e che, in fondo, non può considerare dignitosa la vita di chi lo rifugge – pretende che padre e figlia rientrino nell’ovile sicuro e codificato della civiltà.
Il racconto di Peter Rock, My abandonment , da cui Debra Granik ha tratto il suo film (a otto anni di distanza dall’acclamato Un gelido inverno ), è ispirato a una storia vera che nel 2004 fece grande clamore negli USA: un reduce di guerra, traumatizzato dalle atrocità del fronte e membro di un reparto i cui commilitoni si suicidavano uno dopo l’altro, si nascondeva da anni insieme alla figlia in un piccolo accampamento nel bosco, rifiutando qualsiasi contatto con quel mondo che gli aveva distrutto la vita.
Granik intuisce la potenza simbolica di questa storia e porta il suo sguardo là dove tutto si regge e dà un senso a quella disperata resistenza contro l’esterno: l’amore che lega quel padre sofferente e smarrito, tormentato dagli incubi, e quella figlia così forte e responsabile, orgogliosa e perfino materna. È tutto lì, nella tenerezza di quel reciproco sostenersi e difendersi dal peso del passato, per lui, e dall’inquietudine del futuro, per lei.
La natura, protagonista silenziosa, è madre severa, casa, tempio, campo di battaglia: l’occhio della regista si sofferma sui dettagli, per restituirne i molti verdi, l’umido e il ghiaccio, l’acqua che scorre e il vento che scarmiglia le fronde. [...] Nella tensione tra il primordiale e il sociale, Granik costruisce un’opera massimamente allegorica: Senza lasciare traccia è un film politico, un atto di accusa contro la guerra e contro gli eserciti, contro il capitalismo e il consumismo, eppure del tutto privo della demagogica leziosità di alcuni “cinemanifesti” ideologici. [...] La storia di Will e Tom è, perciò, solo la storia di un padre e una figlia, e della loro personale forma di resistenza. Ma, grazie a quella tormentata consapevolezza che amarsi può significare anche separarsi, Granik racconta la storia di tutti i sopravvissuti, della loro buona volontà e della loro resilienza, dei loro canti intorno al fuoco per scaldarsi un poco l’anima ferita, respinta fino ai margini della storia, senza lasciare traccia . [Luigi Cabras, filmidee.it]