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TIMBUKTU

Regia: Abderrahame Sissako
Soggetto e sceneggiatura: Abderrahame Sissako, Kessen Tall
Fotografia: Sofiane El Fani
Musiche: Amine Bouhafa
Montaggio: Nadia Ben Rachid

Interpreti:
Ibrahim Ahmed (Kidane), Toulou Kiki (Satima), Abel Jafri (Addelkrim), Fatoumata Diawara (Fatou), Hichem Yacoubi (Jihadista).

Durata: 97 minuti
Origine: Francia/Mauritania, 2015

A poca distanza da Timbuctu, occupata dai fondamentalisti religiosi che hanno imposto un regime di terrore, vive Kidane con la moglie Satima, la figlia Toya e il dodicenne Issan, guardiano della mandria di buoi.  Kidane commette accidentalmente un omicidio e sa che dovrà affrontare il processo affidato alla corte e alla nuova legge che hanno portato gli invasori.

LA PAROLA AL REGISTA

Abderrahmane Sissako (Kiffa, Mauritania, 1961) ha vissuto infanzia e giovinezza in Mali, per poi trasferirsi a Mosca a studiare cinema. Dalla seconda metà degli anni Novanta vive in Francia. Il suo film ha avuto la nomination per l’Oscar 2015.

Qual è stata la reazione quando ha saputo della nomina agli Oscar? Ha avuto l’impressione di essere diventato il portavoce del cinema africano?
Ho provato una gioia immensa e allo stesso tempo una grande soddisfazione. Ho avuto la impressione di essere sostenuto non soltanto dal mio Paese, ma da un Continente intero. Quando la pellicola di un’industria cinematografica poco importante sulla scena internazionale arriva a elevarsi a quel livello l’emozione è davvero forte. Sì, per taluni aspetti sono il loro portavoce.

Il film parla dell’assurdità della guerra. Di uomini che non possono più guardare la televisione né ascoltare la radio. Perché ha voluto sottolineare proprio l’assurdità della tragica situazione di quel villaggio occupato dai jihadisti?
Non si possono vietare la musica o il calcio. Nessuna religione può proibire cose di questo tipo. In ogni caso, le guerre sono assurde.

In quel villaggio arrivano alcuni uomini con nuove leggi da far rispettare, anche se ancora non sanno come trovare la punizione giusta per chi le infrange. Il jihadismo ha qualcosa di peculiare?
Non credo che ci sia una peculiarità nel jihadismo. Penso che prima di tutto sia fatto dagli uomini. È l’essere umano a essere crudele, a prescindere dalle sue origini o dal luogo nel quale vive e commette atrocità.

E che cosa ne pensa del fatto che adesso il suo film possa essere considerato uno specchio della realtà?
Uno specchio della realtà infelice non è necessariamente negativo. È la realtà. Si deve credere però che non si tratta di qualcosa di eterno. Si può parlare della realtà e restare positivi.

(www.espresso.it)