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La pelle dell’orso

Regia: Marco Segato
Soggetto: Matteo Righetto, dal romanzo di Marco Segato "La pelle dell'orso" (Ugo Guanda Editore)
Sceneggiatura: Enzo Monteleone, Marco Paolini, Marco Segato
Fotografia: Daria D'Antonio
Musiche: Andrea Felli
Montaggio: Paolo Cottignola, Esmeralda Calabria

Interpreti:
Marco Paolini (Pietro Sieff), Leonardo Mason (Domenico Sieff), Lucia Mascino (Sara), Paolo Pierobon (Crepaz), Maria Paiato (Sig.ra Dal Mas)

Durata: 92 minuti
Origine: Italia, 2017

Dolomiti, anni Cinquanta; Pietro per sbarcare il lunario, accetta una pericolosa scommessa con il suo datore di lavoro: uccidere l’orso che minaccia il piccolo paese dove abitano. Quindi parte con il figlio Domenico, e un chilometro dopo l’altro la distanza che li separa, a livello umano più che geografico, si fa sempre più sottile.

LA PAROLA AL REGISTA

Dopo un lungo percorso da documentarista e la collaborazione a fianco del regista Carlo Mazzacurati ne La giusta distanza , Marco Segato esordisce (Padova, 1973) con LA PELLE DELL’ORSO.

Quando e perché hai scelto il libro omonimo di Matteo Righetto come base per il tuo esordio?
È successo tutto quasi tre anni fa, quando è uscito il libro, un po' per caso: ho incontrato l'autore in stazione, avevamo studiato cinema insieme a Padova, e mi ha raccontato del testo. L'ho comprato e nelle tre ore di viaggio in treno l'ho letto tutto, mi ha preso completamente. Il giorno dopo l'ho fatto leggere al produttore, che ha vissuto la mia stessa esperienza, e in pochi giorni ci stavamo già lavorando su.
Quello che mi ha colpito è il rapporto padre-figlio in relazione alla natura, alla montagna. Queste due solitudini che si incontrano all'interno di un meccanismo che è un po' quello del film di genere, quasi western, molto più vicino alla sensibilità del cinema statunitense che al nostro. L'ultimo che riesce a farcela, il debole che ottiene il riscatto, anche in letteratura è un tema che mi ha sempre affascinato, penso a Jack London, o a Faulkner.

È stata una sfida anche produttiva.
Sicuramente, non è una strada molto percorsa in Italia e proprio per questo si rischia diventi punitiva, i grandi distributori scelgono prodotti più consolidati, più 'normali'.
Il nostro film non è per pochi, non è d'autore, anzi la sfida era proprio quella di fare un cinema che potesse essere vicino al pubblico mantenendo una qualità elevata, trovando una terza via produttiva.
(www.cinemaitaliano.info)