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La pazza gioia

Regia: Paolo Virzì
Soggetto: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Paolo Virzì
Fotografia: Vladan Radovic
Musiche: Carlo Virzì
Montaggio: Cecilia Zanuso

Interpreti:
Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice Morandini Valdirana), Micaela Ramazzotti  (Donatella  Morelli), Anna Galiena (Luciana Brogi Morelli), Marco Messeri (Floriano Morelli)

Durata: 116 minuti
Origine: Italia/Francia, 2016

Beatrice Morandini Valdirana, chiacchierona ed estroversa, finta contessa, e Donatella Morelli, ragazza semplice e indifesa, incapace di rimediare agli errori e resa triste dalla prospettiva di un futuro in solitudine, si conoscono quando si trovano ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, dove sono sottoposte a misure di sicurezza per i reati commessi...

LA PAROLA AL REGISTA

Paolo Virzì, (Livorno, 1964) prima sceneggiatore e poi anche regista, sulla scia di una tradizione tipica del cinema italiano ha scelto la commedia per raccontare la propria contemporaneità. LA PAZZA GIOIA è il suo dodicesimo lungometraggio.

LA PAZZA GIOIA è il racconto di una fuga o forse di una speranza, la dolceamara celebrazione di un’evasione non soltanto fisica, ma soprattutto emotiva e psicologica. Le due protagoniste infatti – oltre a darsi alla “pazza gioia” – litigano, si scontrano, si ritrovano, si aiutano e si confortano, al punto che la trama del film potrebbe in buona parte essere considerata la scrittura dei loro altalenanti, labili e delicati umori.
Sì, certamente. Non posso negare che quando abbiamo deciso di affrontare un argomento così delicato, qual è quello del disagio mentale, inizialmente c’era un po’ di tremarella, benché tenessimo moltissimo a raccontare una storia in cui – proprio come nella realtà – gli aspetti più dolorosi e quelli più leggeri della vita si mescolano senza soluzione di continuità, senza essere separati col righello. È per questa ragione che abbiamo deciso di riflettere sulla sofferenza e sull’angoscia nella forma, decisamente inabituale, della commedia avventurosa. A questo scopo abbiamo cominciato col contattare persone, soprattutto psichiatri e operatori della salute mentale di cui avevamo letto libri e articoli. Dopodiché abbiamo fatto visita ai luoghi della cura, venendo a conoscenza di nomi specifici di diagnosi, di piani terapeutici e di pareri medici. Ma quello che c’interessava di più era capire le storie di ogni degente. Perché si trovavano lì. Quando la psichiatria diventa narrazione credo finalizzi le sue funzioni sociali. Così abbiamo cominciato a immaginare i personaggi di Beatrice e Donatella. Abbiamo anche immaginato il posto e poi pian piano lo abbiamo realizzato e costruito. Villa Biondi era un podere abbandonato tra le colline pistoiesi, abbiamo dipinto i muri, arredato le stanze delle degenti, realizzato un orticello e curato ogni dettaglio. L’icona ricorrente del cavallo blu, Marco Cavallo per chi conosce la storia di Trieste, è un simbolo, una cifra che rimanda a una trasformazione e a un processo di cambiamento che si è consumato nel nostro paese, ricordando che ogni luogo della cura può diventare una sofferenza. Le protagoniste scappano perché, nonostante tutto, hanno voglia di vivere, d’immaginare una realtà diversa.

(www.news-forumsalutementale.it)