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Il verdetto (The Children Act

Regia di Richard Eyre

Interpreti: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Ben Chaplin.

Sceneggiatura: Ian McEwan, dal suo romanzo The Children Act (2014) – La ballata di Adam Henry – Torino, Einaudi, 2014
Fotografia: Andrew Dunn
Montaggio: Dan Farrell
Musica: Stephen Warbeck
Scenografia: Astrid Sieben

Origine: Regno Unito, 2017
Durata: 105 min.

Nel 1989 il Regno Unito promulgò il "Children Act", legge finalizzata a garantire e promuovere il benessere dei minori. Molti anni dopo, nel 2014, Ian McEwan diede alle stampe un romanzo dal titolo omonimo, tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo "La ballata di Adam Henry".
Dopo aver portato sullo schermo Zoë Heller ( Diario di uno scandalo , 2007) Bernhard Schlink (dal cui racconto “The Other Man” realizzò L’ombra del sospetto nel 2008), Richard Eyre viene ora scelto da Ian McEwan, anche autore della sceneggiatura, per trasformare in film il suo romanzo.
Prodotto dalla BBC, The Children Act è un lungometraggio di eleganza rara, poggiato su interpretazioni di classe indiscutibile e incentrato sul concetto di giustizia in un ambito, quello relativo ai minori, che giorno dopo giorno riempie le pagine delle cronache mondiali (tra i casi più recenti, si pensi ad esempio a quello del piccolo Charlie, caso intorno al quale si aprì un dibattito di proporzioni planetarie, in termini morali, giuridici e politici).
È su questo labilissimo crinale che il film rimane sapientemente in equilibrio, preoccupandosi in primo luogo degli esseri umani, senza fermarsi sulla superficie di slogan o prese di posizione aprioristiche, ma provando a scavare nella profondità degli stati d’animo. Ascoltando le ragioni di chiunque, ma soffermandosi – come ovvio – sull’evoluzione dei due personaggi principali, il giudice e il ragazzino. E di come quel verdetto finirà per mutare le convinzioni di entrambi, in ambiti differenti e con ripercussioni impreviste.
Valerio Sammarco, Cinematografo

Il cinema ha spesso guardato all’universo letterario di Ian McEwan con occhi spalancati, adattando per il grande schermo molti dei sui romanzi. Solo per citarne alcuni: Cortesie per gli ospiti (1990), Il giardino di cemento (1993), L’amore fatale (2004), Espiazione (2007) e da ultimo Chesil Beach (2017).
L’attrazione verso il mondo di McEwan è forse dovuta al senso incombente di calamità morale che pervade le sue storie e i suoi personaggi, chiamati a compiere scelte drastiche, frutto di laceranti processi interiori, che generano conseguenze in grado di riscrivere radicalmente le geografie esistenziali.
Non melodrammi, ma tragedie intime, affilate di una severità tagliente, trattenute da una scrittura che si concentra sul gesto minimo, sulla parola non detta, sull’aria che cambia al lieve mutare di un’espressione sul viso.
La trasposizione cinematografica non è dunque compito semplice ed è McEwan stesso che firma la sceneggiatura basata sul suo romanzo The Children Act , che diventa Il verdetto . Si tratta di un film solido, interpretato con sapienza, diretto con mestiere, con una “bella storia” da raccontare.
Ma rispetto alla ferocia sottile, alla complessità del suo tessuto letterario, il romanziere sembra cadere nella trappola di se stesso, limitando l’arco narrativo ad un’esposizione di fatti e azioni-reazioni, un percorso semplificato alla superficie delle questioni etiche e sentimentali in gioco, che dà per scontata la loro profondità e il loro riverbero, e poco o nulla fa per scavare nei territori, spesso torbidi e disturbanti, che suggerisce.
Non aiuta la regia di Richard Eyre, che pur scegliendo una prospettiva di quasi-distanza e trasparenza, potenzialmente interessante, finisce per eccedere in una correttezza di messa in scena che si trasforma presto in una certa piattezza, in pura esposizione. Come nei casi più celebrati del cinema di Eyre – Iris (2001), Diario di uno scandalo (2006) – Il verdetto è innanzitutto un film di attori.
Emma Thompson è il centro focale dell’azione: è un giudice specializzato in casi di minori in situazioni limite, chiamata a soppesare Legge e Etica per decidere di questioni di vita o di morte. Ma Fiona è anche una donna, una donna in crisi con la vita, una moglie mai stata madre, congelata in una relazione che vacilla, con un marito insoddisfatto che le chiede disperatamente un cambiamento. È un personaggio annodato in un gomitolo di crisi pubbliche e private, che continuano ad intersecarsi e a scontrarsi, diventando presto l’uno lo specchio dell’altra.
È un ruolo potenzialmente ricchissimo che la Thompson affronta con navigato professionismo, ma che paradossalmente soffre di una mancanza fatale di approfondimento psicologico. Se questo, da un lato, potrebbe avere il merito di esaltare l’ambiguità del personaggio, intrigante nella sua insondabilità, dall’altro la relega in uno spazio anonimo di incomprensione emotiva. Al pari della logica delle sue sentenze, recepiamo solo razionalmente l’essenza dei suoi dilemmi, ma non ne veniamo mai toccati.
L’apice di questo cortocircuito si evidenzia nel rapporto di Fiona con il giovane Adam Henry (interpretato, con rara antipatia, dal lanciatissimo Fionn Whitehead). Da estremista religioso, la cui vita viene salvata dalla ragionevolezza etica della Legge, a stalker invasato di vita e promesse future, Adam scavalca i confini della sfera pubblica e diventa una disturbante incarnazione dei fantasmi privati della giudice.
Adam non è solo il figlio che non ha mai avuto, spettro che si aggira strisciante nella relazione fra lei e il marito; Adam prende soprattutto la forma inaspettata dell’amante potenziale, dell’avventura amorosa che lui si è già concesso e lei ancora no. L’abisso di questa configurazione simbolica è oscuro e senza fondo, inaccettabile dalla morale comune, distruttivo rispetto alle coordinate sentimentali e sociali imposte.
Il film lo suggerisce apertamente, ne mette in scena i sommi capi (fra cui un bacio rubato, inquietante), ma decide scientemente di non sporcarsi le mani con i dettagli, con i tormenti interiori, e fugge verso un finale elegante e irrigidito. Il verdetto decide, purtroppo, di rimanere dalla parte salva delle lacerazioni di cui pur parla.
Eddie Bertozzi, Gli Spietati

Filmografia di Richard Eyre (1943)

L'ambizione di James Penfield (1983)
Il giorno delle oche (1984)
Iris - Un amore vero (2001)
Stage Beauty (2004)
Diario di uno scandalo (2006)
L'ombra del sospetto (2008)

Scheda a cura di Cecilia M. Voi – "Il Ragazzo Selvaggio"