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Hannah Arendt

Regia: Margarethe Von Trotta
Soggetto e sceneggiatura: Pam Katz, Margarethe Von Trotta
Fotografia: Caroline Champetier
Musiche: André Mergenthaler
Montaggio: Bettina Bohler

Interpreti:
Barbara Sukowa (Hannah Arendt), Axel Milberg (Heinrich Blucher), Janet McTeer (Mary McCarthy), Julia Jentsch (Lotte Kohler), Ulrich Noethen (Hans Jonas)

Durata: 113 minuti
Origine: Germania, 2013

La filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt, fuggita dalla Germania nazista e trasferitasi a New York,  inizia a collaborare con alcune testate giornalistiche, tra cui il New Yorker che la invia in Israele per seguire il processo contro Adolf Eichmann. Da qui Hannah prenderà spunto per il libro "La banalità del male", un testo che susciterà molte controversie...

LA REGISTA

Margarethe Von Trotta (Berlino, 1942) prima attrice e poi regista, ha raggiunto fama internazionale con Anni di piombo (1981) Leone d’oro al 38° Festival di Venezia. Tratti ricorrenti nella sua cinematografia sono i ritratti di protagoniste al femminile e l’interesse per la recente storia tedesca.

Perché ha scelto di concentrarsi proprio su questo periodo dell’appassionante e ricca biografia di Hannah Arendt?
Insieme a Pam Katz, coautrice della sceneggiatura, eravamo molto indecise su questo punto, non volevamo fare un biopic classico ma non sapevamo che periodo scegliere della sua vita che è tutta molto interessante. Avremmo potuto concentrarci sulla sua fuga in Francia nel ’33, sull’incontro col suo secondo marito Heinrich Blücher a casa di Walter Benjamin a Parigi nel ‘37, sull’internamento nel campo di Gurs nel ’41, da cui riuscì ad emigrare in America insieme al marito con un visto, ma senza passaporto, sulla fuga verso Marsiglia e l’arrivo negli Stati Uniti di questi due tedeschi che non sapevano parlare l’inglese. Come molti intellettuali che venivano dall'Europa e avevano studiato greco, latino e francese, ma non l’inglese, Hannah dovette adattarsi a lavorare presso una famiglia americana. Forse avremmo potuto scegliere di raccontare la sua relazione con Heidegger, come molti si sarebbero aspettati. Avremmo avuto anche meno difficoltà a trovare finanziamenti… Poi abbiamo capito che quei quattro anni erano il modo migliore per mostrare la donna e la filosofa e contemporaneamente avere una comprensione più ampia dei tempi oscuri dell’Europa del XX secolo.

Crede che l’ostracismo di cui fu vittima dopo la pubblicazione della "Banalità del male", anche in ambiente universitario, sia dipeso in parte dal suo essere donna?
Come mi ha fatto notare il rettore dell’Università americana del Lussemburgo, dove abbiamo girato alcune scene, non ho mai sentito rimproverare un uomo con l’accusa di essere senza cuore e arrogante, come dissero a lei.

(www.news.cinecittà.com)