Home /

Dogman

Regia di Matteo Garrone

Interpreti: M. Fonte (Marcello), E. Pesce (Simone), N. Schiano (Madre di Simone), A. Dionisi (Franco), F. Acquaroli (Francesco), A. Baldari Calabria (Alida), G. Gobbi (Commerciante del quartiere).

Soggetto e Sceneggiatura: U. Chiti, M. Gaudioso, M. Garrone
Fotografia: Nicolaj Bruel
Montaggio: Marco Spoletini
Costumi: Christiane Fageol
Musica: Michele Braga

Origine: Italia/Francia, 2018
Durata: 100’

Considerata la complessità del film, riportiamo la recensione della rivista specializzata Il Ragazzo Selvaggio , bimestrale di cultura e linguaggio cinematografico, destinato alla formazione degli insegnanti. Per informazioni e abbonamenti, anche con Carta del Docente, info@cscinema.org

Subito dopo L’imbalsamatore , prima che Gomorra gli scoppiasse tra le mani, Matteo Garrone aveva già pronta una storia nuova, ispirata al feroce delitto del canaro della Magliana, uno dei più disumani che la cronaca italiana degli anni '80 portò alla ribalta.
I più avidi di scene sinistre, ben informati sul fosco stillicidio di sevizie inflitte dal canaro all’ex socio, sono stati presto disillusi dal maestro del noir che ha garantito un prodotto solo vagamente ispirato a quei lontani fatti, rabbonendoci ulteriormente con un trailer sulle note de Il cielo in una stanza . Nel film quella voce rassicurante e flautata di Mina non risuona mai e le edulcorazioni promesse non risparmiano un epilogo angosciante, al pari della vicenda del nano di Termini che aveva ispirato L’imbalsamatore .
Una periferia indefinita e priva di coordinate geografiche si spalanca come una terra fiabesca sotto un incantesimo. Dietro la parvenza di una dimensione popolare si cela un mondo fermo e preistorico, abitato da un gruppo umano abortito dalla civiltà. La desolazione paesaggistica, stilizzata nella sua miseria e nella sua struttura, diventa una sorta di fascinazione metafisica. Tutti cercano di dominare la realtà in modo istintivo, come cani che segnano e difendono il proprio territorio senza mai venirsi incontro. All’interazione sociale si sostituisce la legge della prepotenza che genera l’omertà di chi mira a preservare il proprio minuscolo frammento.
Marcello Fonte è un attore naturale, senza sovrastrutture intellettuali. Il suo personaggio ha il potere di sedare la ferocia umana e animale, come nell'emblematica scena d’apertura dove il ringhio ostile e minaccioso di un mastino viene placato dalla sua voce pastosa e puerile, dalle moine sul calore di un asciugatore. In questo buco di terra dominato dal darwinismo sociale che tritura i deboli e li assoggetta ai più forti, Marcello non sembra possedere nessun requisito di sopravvivenza. Indifeso, dominabile, bisognoso di un padrone, portato a obbedire, cede subito alle prepotenze di Simone, altro cane di Pavlov che saliva a uno stimolo preciso chiamato cocaina.

Il cinema di Garrone ha da sempre leitmotiv inconfondibili. Il tassidermista di Termini , il pescivendolo di Reality , i personaggi de Il racconto dei racconti e quest’umile toelettatore hanno in comune frustrazioni e ossessioni, insieme al desiderio di rivalsa verso una vita disgraziata e periferica. Tutti sono attratti dall’illusione di una svolta facile che si rivelerà una chimera.
Rispetto alle opere precedenti non si innesca lo scarto tra magia e realtà (forse anche per l’assenza del commento musicale di Desplat). L’unico elemento onirico che fa da contraltare al quotidiano è l’immersione. Come ne Il racconto dei racconti , l’abisso è lo spazio dove i sogni prendono forma. Il mare diviene l’unico sprazzo di bellezza del film. Marcello e la figlia parlano delle Hawaii, sognano le Maldive, lui le promette il Mar Rosso, un altrove dove sprofondare, l’abisso dei fondali contro la miseria della terraferma. E proprio su una riva di sogni spezzati Marcello mediterà la sua vendetta.
La maggior parte delle scene è girata all’alba, in un limbo ceruleo, quando la notte attende il mattino che non arriva. La luce va così a sovrapporsi allo stato d’animo del protagonista che vive in un’aurora psicologica, in un groviglio di emozioni larvali e disarticolate, un ‘già’ ma ‘non ancora’. È lo stato di crocevia sul da farsi, di un rancore che non è ancora delitto, ma qualcosa che si agita, che non è più notte e nemmeno giorno, ma ago sottile di luce azzurrognola, vago senso di discernimento tra bene e male.
Ogni cosa in lui è a uno stadio primordiale. Volontà e responsabilità sono tracce confuse come quelle che indeboliscono il fiuto e rendono indefinita la preda.
Il film lascia allo spettatore la desolazione di questa umanità cavernicola, di un bullismo e una violenza psicologica reiterati allo stremo.
In riferimento a Dogman si è parlato di degrado culturale e metafora della condizione italiana, ma ciò che interessa a Garrone sembra essere esclusivamente il percorso psicologico del protagonista, dalla sprovvedutezza, alla meditazione della vendetta. Marcello appare sempre incolpevole e la sua partecipazione alla realtà criminale ha il sapore docile di una monelleria infantile.
Viene allora in mente il burattino di Collodi, senza traslazioni sociali forzate. Si pensi al rischio che corre quando si reca nell’appartamento dove era stata fatta una rapina per liberare il cane dal freezer o alla refurtiva sulla bilancia del gioielliere attiguo per comperare un regalo alla figlia. Marcello è come Pinocchio che ha bisogno di credere al paese dei balocchi e alla storia dell’albero della cuccagna, ignorando i nessi di causa-effetto delle proprie azioni.
Ma il disincanto è brusco perché dopo il carcere nessun albero di zecchini d’oro lo attende e il suo grido sarà soppiantato dal rombo prepotente di quella motocicletta fiammante comprata coi soldi della refurtiva che lo ha scagliato dietro le sbarre. Marcello sa che anche Simone – come il cane più temuto - è addomesticabile e non fatica a rintracciare il suo punto vulnerabile.
Il perverso contrappasso dalla parvenza ludica si trasformerà in un olocausto primordiale, una sorta di espiazione collettiva, ma ancora una volta il destino è impietoso e non contempla riscatto. L’aura tenue della favola che avvolgeva i personaggi di Reality e de Il racconto dei racconti , in Dogman si traduce in una spietata indifferenza. Imbrattato di sangue e fango con la vittima sacrificale sulle spalle si ritroverà alla fine della strada da solo, senza un altare dove ergere il trofeo.
Se è stato chiamato in causa Pasolini non lo è tanto per le borgate e la dimensione popolare di Ragazzi di vita , ma per la componente liturgica di Accattone , espressa in quest’immagine finale.
Il riconoscimento da parte della comunità è una visione, una speranza illusoria. Come fantasmi, gli uomini del quartiere sono svaniti lasciandolo nello squallore sconfinato di una vittoria senza applausi.
Mai nessuno aveva raccordato in modo così forte i protagonisti col proprio ambiente, la desolazione interiore col degrado esteriore, la luce incipiente dell’alba con un’attesa così tragicamente incompiuta.
Andreina Sirena , Il Ragazzo Selvaggio nr. 129

Filmografia di Matteo Garrone (15 ottobre 1968)

  • Terra di mezzo, 1996
  • Ospiti, 1998
  • Estate romana, 2000
  • L'imbalsamatore, 2002
  • Primo amore, 2004
  • Gomorra, 2008
  • Reality, 2012
  • Il racconto dei racconti - Tale of Tales, 2015

Scheda a cura di Cecilia M. Voi – "Il Ragazzo Selvaggio"