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Assassinio sull'Orient Express

FILM VINCITORE 2018 - British Film Designers Guild Awards MIGLIOR REPARTO DESIGN

Regia di Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Lucy Boynton, Daisy Ridley.

Sceneggiatura: Michael Green; Fotografia: Haris Zambarloukos; Montaggio: Mick Audsley; Costumi: Alexandra Byrne; Musica: Patrick Doyle; Origine: Usa 2017; Durata: 114 min.

Poirot si schiarì la voce.
«Messieurs et Mesdames, parlerò in inglese, poiché ritengo che tutti voi conosciate questa lingua. Siamo qui per indagare sulla morte di Samuel Edward Ratchett, alias Cassetti.
Ci sono due possibili soluzioni di questo delitto. Ve le prospetterò entrambe ».

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient Express, 1934

A causa dell'ambivalente accoglienza della stampa specializzata, proponiamo a confronto due recensioni tratte dallo stesso sito di critica cinematografica, Gli Spietati , che ben esemplificano le motivazioni a favore e contrarie al film.

Murder on the Orient Express è il romanzo più filmato di Agatha Christie: cinque trasposizioni tra cinema e televisione, tra cui perfino l’adattamento giapponese del 2015 per Fuji Television con Mansai Nomura nella parte di Poirot. La più nota resta la bellissima versione di Sidney Lumet del 1974, con Albert Finney/Poirot insieme a Lauren Bacall e Ingrid Bergman (Oscar per migliore attrice non protagonista). Malgrado la lunga relazione con lo schermo, per paradosso Assassinio sull’Orient Express resta un racconto a rischio infilmabilità: è un giallo psicologico che intende la mente come unico campo di battaglia. Affiorano indizi ma, come presto nota Poirot, l’ambientazione isolata sul treno nella neve castiga tutti i metodi di indagine tradizionale, costringendo l’inchiesta a muoversi su un piano esclusivamente interiore.
Il romanzo, riletto oggi, consegna intatta l’universalità dei suoi temi: il melting pot che si crea sull’Orient Express; il treno come spazio chiuso in un mondo alle soglie della guerra (due personaggi dialogano apertamente su Stalin); il cuore dell’intreccio, la falla della legge e la scelta della vendetta collettiva, e dunque il dubbio etico sulla differenza tra giustizia e coscienza; il geniale scioglimento che lo rese famoso.
La 20th Century Fox affida la sceneggiatura a Michael Green con un obiettivo, “collocare la storia nel mondo moderno” e rivolgersi a “un pubblico contemporaneo”. Lo screenwriter è cosceneggiatore di Blade Runner 2049 e già autore di Lanterna Verde e Logan : Green spettacolarizza Agatha Christie: inventa il prologo mediorientale e manipola pesantemente i caratteri dei personaggi. Questi in rari casi rispettano la fonte in modo filologico, mentre nella maggioranza tradiscono il romanzo. L’adattamento, come peraltro dichiarato, rende le situazioni mainstream: l’indizio chiave delle ferite sul corpo di Ratchett risulta enunciato nell’incipit e poi di fatto tralasciato, senza diventare l’ossessione ricorrente da far quadrare, il particolare che contiene la verità.
Ma è soprattutto la scelta del movimento che segna la rottura definitiva rispetto all’origine: Green prevede sequenze d’azione, dall’inseguimento di Poirot nella pancia del treno alla sparatoria in cui - addirittura - egli riesce abilmente a scansarsi, pillole assenti nel libro e ovviamente nella concezione dell’autrice. La spiegazione conclusiva avviene nel vagone ristorante, con la consueta scena corale, a rimarcare l’affresco del treno come zoo umano da cui non si esce e dei rapporti personali come rappresentazione, dove Poirot recita da primadonna: nel film la scena viene collocata nella neve, in una sequenza che riunisce i personaggi adibiti a Ultima cena. Il principio che domina lo script è quello del traduttore traditore.
Branagh dunque passa dalla riflessione all’azione. Riprese dall’alto, dolly, carrelli in controtempo sulle figure, inquadrature a magnificare il paesaggio: il regista movimenta il giallo inglese attraverso il cinema. Omaggia con illusioni ottiche quelle narrative della Christie. Passeggia per il romanzo mantenendone una traccia flebile, spesso ironica, giocando perfino sulla storicizzazione dello stesso (la difficoltà dei personaggi a pronunciare il nome Hercule è la stessa di generazioni di lettori). Il giallo da camera per Branagh non è più possibile, non c’è spazio per riflettere: l’unica reinstallazione verosimile è quella ipercinetica. Da uno scenario all’altro, da prova a prova, da attore a attore non c’è un attimo di tregua, ogni pausa è impensabile, tutto va veloce.
Qui non c’è Agatha Christie ma la sua riscrittura attuale, eccessiva e gonfiata. Qui non si sfida il tempo, ma si vuole partecipare a esso; è così che ogni scena diventa estrapolabile e riproponibile singolarmente, facile formula d’azione in bella calligrafia.
Emanuele Di Nicola Voto: 5

Che sia treno, corte, villa o palcoscenico, quella di Branagh resta la celebre «pedana da combattimento di galli» di cui narrava William Shakespeare nel prologo dell’Enrico V. La domanda, in questo caso, è la seguente: può il grande schermo contenere un treno che contenga un romanzo, che contenga un detective che contenga, alla fine di un’indagine, non una soluzione, né due, ma un teatro dell’animo che ribalti l’infallibilità investigativa trasformandola in dubbio? Con tutta l’eventuale pretenziosità, i vezzi da primo attore, la patina edulcorante, la ricerca dell’effetto, perfino una rifrazione di vetri specchianti così “Signora di Shangai” e il fondotinta arancione che ricorda un presidente a caso, la risposta è sì, così è, se vogliamo.
Il Poirot di Branagh lo si accoglie in quanto Branagh-attore-regista-capocomico o lo si respinge in quanto non-Poirot. Su quel treno viaggia l’Europa che appena l’altro ieri era in guerra, ogni cabina  mostra un dolore privato indagato senza pietà, niente di più osceno, niente di più umano sotto il belletto e sotto la seta delle vesti da camera. Si ironizza su Stalin, si scelgono altri baffi, né russi né buffi, ma quasi western, che si prestano a una performance polisemantica, permettendo a chi li indossa i descritti passaggi emotivi e recitativi in tutta coerenza. Assassinio sull’Orient Express è l’atto unico di un autore-attore cresciuto alla scuola del Bardo, che indaga nei sentimenti umani, arrivando a uno svelamento più che a una soluzione.
Si può biasimare un film per offrire due ore di buon intrattenimento? Se a bordo tutti sono colpevoli, la messa in scena, pur plateale, è innocente. Resta l’accusa di tradimento rispetto al testo di riferimento; qui bisogna pur dirsi che la fedeltà a un’opera è sopravvalutata. Un romanzo è infinito quando si può sempre rileggere e non in un solo modo. L’attaccamento è nobile, la nostalgia pure, ma stiamo (solo) vedendo un film.
Non siamo sullo splendido treno di Lumet del 1974, su cui sfilano attori di prim’ordine, l’inquietudine palpabile, il sangue noir nell’atmosfera Art Nouveau fotografata da Geoffrey Unsworth (2001 Odissea nello Spazio). Non siamo su quel treno per un motivo molto semplice: non è Lumet e non è il 1974. Forse, dunque, non è nemmeno più Agatha Christie. Qui Alexandra Byrne agghinda una Hollywood caricaturale, Patrick Doyle rallegra un incipit ritmato per assestarsi su una sottolineatura sinfonica risaputa.
Il risultato è a tinte forti, non sempre brillante; tuttavia ha il suo merito nell’animo fragile che mette in scena, nell’assenza del timore di inscenare lo struggimento di individui fallibili. Se Lumet non si tocca, Poirot non si tocca, Christie non si tocca, i baffi non si toccano, dopo una vita di accurato lavoro sul testo, sul corpo e sul set, nemmeno Branagh si tocca. Concediamogli il suo film. A quel Branagh che sa girare e recitare e che, se fa un film, non filma mai il suo teatro: semmai, teatralizza il suo cinema.
Alessia Astorri Voto: 7

Scheda a cura di Cecilia M. Voi – "Il Ragazzo Selvaggio"